Gira che ti rigira, è sempre la stessa storia.


Questo è l’ultimo articolo di Fred Reed; scrittore e giornalista americano; ex inviato di guerra ed esperto di questioni militari, nonché ex-Marine veterano decorato della guerra del Viet Nam. Se vi interessa saperne di più, potete leggere la sua biografia su: 
È il commento amaro di un soldato sugli ultimi fatti di sangue in Afghanistan, dove un militare americano, (c’è chi dice più di uno) ha ucciso sedici civili. Checché se ne pensi delle motivazioni della guerra, Reed ha ragione. Le forze armate di un paese democratico possono vincere una guerra protratta nel tempo, contro un nemico difficile da definire, solo con il sostegno dell’opinione pubblica del loro paese e senza infliggere sofferenze alla popolazione civile  del paese in cui si svolge il conflitto. Ma il soldato è indotto dall’addestramento che riceve a disumanizzare il nemico, e anche la popolazione del paese in cui combatte; per cui, benché le forze armate rimangano uno strumento indispensabile nelle relazioni internazionali, sono uno strumento rozzo: un corpo contundente che maciulla tutto quello che colpisce.
Questa è la url dell'articolo in inglese:





Dalí  Il volto della guerra


           
Gira che ti rigira, è sempre la stessa storia.

Di Fred Reed
(Traduzione e rielaborazione di Leonardo Pavese).

Mi ricordo quand’ero una giovane recluta dei Marines, agosto 1966, a Parris Island: di-cor-sa, di-cor-sa; stivali che rimbombano sulla ghiaia; esultante di quel senso di potenza e comunanza generato da un gruppo di maschi che agiscono all’unisono urlando: “Luke the Gook is coming by. Stick a bayonet in his eye, lef rye, lef rye, lef...”  (Ecco arriva Luca il frocio, baionettalo nell’ocio. Traduzione non fedelissima, ma si capisce. Unò duè, unò duè. Oppure: Ecco arriva il coreano. baionettalo nell'ano. Le vie dell'orrore sono infinite. ndt)
Solo un cretino va a Parris Island d’agosto, (Terzo Battaglione, Disneyland, nel mio caso). Io ero uno di quelli. Fa parte dell’avere diciannove anni.
Sotto un sole di piombo, che picchiava sulle nostre teste come un manganello di gomma dura, disimparavamo la civiltà: ovvero, come schiaffare una mano sulla bocca di una sentinella, mentre gli ficcavi la tua baionetta K-Bar nelle reni: l’agonia, lo choc e il dissanguamento istantaneo gli impediscono di lottare.
Correvamo inquadrati gridando: Uccidi! Uccidi! Uccidi! Apprendevamo che era meglio sparare a un nemico nelle budella, piuttosto che in testa: perché cercare di mantenerlo in vita avrebbe assottigliato le risorse mediche del nemico, e quello sarebbe probabilmente morto comunque.
La peritonite è tua alleata. La peritonite del nemico. 
Qualche mese dopo a Camp Lejeune ci trascinavamo di poligono in poligono, giorno dopo giorno, con tre ore di sonno, attraverso il fango oleoso delle argille della Carolina del Nord. Imparavamo il lanciafiamme; che se non lo conoscete, non sapete cosa sia l’inferno; e a bruciare vivi i nemici.


Di nuovo quella sensazione di onnipotenza.
Apprendevamo a usare il fosforo bianco, WP, Willy Peter, o altri nomi irripetibili; per coprire il nemico di un vischio infiammato che non si può spegnere.
Provavamo un senso di liberazione esilarante.
Ci insegnavano a essere quello che un essere umano non dovrebbe essere.
Apprendevamo a sopprimere coscienza, morale ed empatia. È questo lo scopo dell’addestramento militare.
Funziona. Ci sono volute generazioni dopo generazioni di studi sul condizionamento psicologico. L’indottrinamento gioca su tutti gli istinti animali del giovane maschio: il desiderio di appartenenza, di avventura, di misurarsi e vincere.
Il gusto della lotta, o piuttosto l’amore per l’idea romanzesca del combattimento, ha radici profonde nella nostra specie.
Andate a vedere un film stile Star Wars e guardatevi il pubblico, quando il protagonista astro-combattente si piega, schiva, spara e insidia il cattivo, Gli spettatori a quel punto saranno sull’orlo della poltrona, quasi all’orgasmo. Che percentuale di film e video-giochi ruota sull’idea di guerra, scontro a fuoco o cose del genere?
Non è difficile indirizzare la combattività individuale verso l’odio nei confronti di un nemico in particolare. Il tribalismo è cosa innata. Ma l’ostilità non può essere focalizzata con precisione.
Di solito il semplice soldato è giovane, non sveglissimo, approssimativamente istruito e non tanto sicuro delle motivazioni della guerra. Non può essere addestrato a odiare il nemico secondo distinzioni molto sottili. Per cui i nemici diventano tutti: gook, (dispregiativo che indica un coreano: da Hangook, Corea in coreano), slope, (asiatico: per via dello slope, l’inclinazione dei loro occhi); zipperheads, (testa come una cerniera lampo. Dai cadaveri coreani con i segni dei pneumatici in volto); dink; sand niggers; towel head.
Quella famosa frase in uso nel conflitto con gli Albigesi:”Uccideteli tutti. Dio riconoscerà chi gli appartiene “, diventa perciò il fondamento emotivo del soldato.
E così egli giunge al punto di odiarli tutti: i vietnamiti, gli iracheni, i cambogiani, i laotiani, chiunque: sono tutti strani, alieni, sozzi; non parlano inglese, subdoli; ed è ovvio che gli americani non gli piacciono. Guardateli negli occhi: nascondono qualcosa; aiutano il nemico. Sono animali che non meritano di vivere.
Quindi in ogni guerra si ascolta la stessa supplica: “Al diavolo le regole d’ingaggio. Lasciate fare a noi. La finiremo in un batter d’occhio.”
E cominciano le atrocità. Sempre. Inevitabilmente. In ogni guerra. Nei tempi antichi non si chiamavano così, semplicemente guerra. I conquistatori passavano a fil di spada un’intera città; o per lo meno lasciavano ai soldati qualche giorno per violentare e saccheggiare. Oggi siamo più schifiltosi e distogliamo lo sguardo. Ma leggetevi attentamente la storia delle guerre di un paese qualsiasi, inclusa l’America. Abbonda di episodi agghiaccianti.

La reazione dei militari, quando si scoprono le atrocità, è di mentire il più possibile. Non perché siano imbarazzati. In Afghanistan, il Pentagono sa benissimo che i Talebani non possono sconfiggere le forze alleate; ma l’opinione pubblica negli Stati Uniti invece sì, è in grado di farlo.
Se mentire non funziona, allora gira, gira e rigira la frittata. Nel caso della più recente delle atrocità, in cui un fante americano ha ucciso sedici civili afgani per spasso, o forse perché s’annoiava, il Pentagono va dicendo che il soldato aveva sofferto una ferita alla testa. Oh.
(La rivista The Nation  cita alcuni afgani che affermano si trattasse invece di più soldati che sghignazzavano ubriachi. Chissà, forse erano stati tutti feriti alla testa.)
Le atrocità continueranno. Succede sempre. Perché fanno parte della guerra contro la popolazione. La maggior parte passa inosservata.
Qualche anno fa, ero in Cina, e ho conosciuto un giovane veterano portoricano di New York. Sua madre lo aveva portato a fare un viaggio, per celebrare il suo ritorno a casa vivo, dall’Afghanistan.
Mi raccontò di essere stato di pattuglia in una cittadina, quando una donna aveva accidentalmente bloccato il passo del Sergente in comando. Lui l’aveva colpita col calcio del fucile. Una cosetta così, che non figura in cima alla lista dei soprusi più clamorosi, quali il massacro di un gruppo di bambini.
Il ragazzo si rendeva conto che fosse sbagliato; ma in uno scontro a fuoco devi dipendere dall’altro, e non poteva permettersi di mettersi contro il Sergente.  Così non raccontò niente.
Se vi venisse in mente di suggerire che un comportamento del genere non è una buona idea, i più decisi vi diranno: che diavolo, poi vi passa, c’è una guerra da combattere!
Il fatto è che che gli uomini afgani sono fra i più tosti; e prendono i maltrattamenti delle loro donne molto seriamente. E anche l’assassinio dei loro bambini per divertimento.
Un colpo di calcio di fucile di traverso, sulla faccia della moglie di qualcuno, significa che non vincerai la guerra. Pisciare sugli afgani morti; sfondargli la porta alle tre del mattino; squadre della morte che trucidano civili per sport, e tutte quelle belle cose che i campi di addestramento reclute rendono inevitabili, significano che non vinceremo la guerra.
Perfino i Repubblicani possono stancarsi della mattanza; è almeno concepibile. Ma non è solo l’affaticamento degli americani, con questa interminabile guerra, che minaccia il Pentagono:
gli afgani odiano gli americani, e i loro militi hanno cominciato a sparare alle truppe degli Stati Uniti. I Pachistani, furiosi per l’intervento americano e le uccisioni a casaccio eseguite da quegli spassosissimi droni, sono sul punto di ribellarsi.
Le atrocità continueranno perché, nonostante le decorazioni, le testimonianze di eroismo al Circolo Ufficiali, le manate amichevoli e i tributi lacrimevoli ai caduti, le atrocità sono il mestiere degli eserciti.
Quando gli uomini sono stati addestrati in un certo modo, non sorprendiamoci se poi lo mettono in pratica.
               
 
     
   

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